Generazione di sfigati

Ho il sospetto di far parte di una generazione di sfigati. E se proprio deve essere così, spero che la sfiga sia solo nostra.

Quelli prima di noi hanno comprato casa, guadagnando il pane col sudore della loro fronte, le donne hanno partorito con dolore. Tutto così biblico, facile proiettarsi nell’eternità quando hai un tetto sulla testa.

Ora ci siamo noi.

schermata-2016-09-15-alle-11-28-22

Siamo quelli che hanno le enciclopedie e i dizionari a prendere polvere, perché nel frattempo hanno inventato l’internet, wikipedia, wordreference e google.

Ci destreggiamo tra stage e lavori di qualsiasi tipo.

Sono stata nelle Scuole dell’Infanzia  – leggi asili – a fare delle attività con i bambini per scoprire se tali attività potevano essere inserite nelle guide per gli insegnanti;

ho vissuto a Padova;

ho fatto la cameriera ai piani;

ho venduto mozzarella di bufala campana sentendomi dare della camorrista o della ladra da gente con un’età tale da poter essere un mio genitore – i problemi dei clienti erano la provenienza o il prezzo, non io, ma tant’è, vi ho comunque serviti e sopportati io -;

ho messo a dura prova la circolazione delle mie gambe in un negozio di telefonia, d’estate. Ero quella in più che permetteva alle altre di prendere le ferie;

ho vissuto a Torino;

ho venduto tarallini pugliesi tutti fatti a mano senza strutto né margarina ma solo olio d’oliva e vino bianco, un pacco 3 euro quattro pacchi 10 euro;

ho scritto per il blog di Radio Deejay;

ho venduto tartufo umbro sperando di non avere di fronte clienti piemontesi che poi avrebbero attaccato il pippone di Alba;

ho vinto un concorso alla Rai;

ho fatto la pendolare Torino-Milano.

Ogni sei mesi facciamo un concorso alle poste, abbiamo un opinione su tutto e andiamo sempre meno a votare. Abbiamo il mondo a portata di click ma averlo sotto i piedi costa troppo. Se non altro abbiamo sviluppato una fortissima attitudine all’autoironia quindi amaramente, ma ridiamo parecchio.

Inventeremo nuovi modi per invecchiare, non avremo una pensione, non potremo permetterci di pagare qualcuno che ci assista, le case di riposo saranno per pochi. Sorgeranno villaggi di vecchi che si accudiscono tra loro (chi ha un laureato in scienze infermieristiche tra i propri amici se lo tenga stretto). Sostituiremo la briscola con The Sims e Netflix, ma sarà comunque vecchiaia. Oppure verrà un qualche illuminato a proporre la ghigliottina obbligatoria a 65 anni. Problema risolto.

Per quelli di noi che faranno contenta la Lorenzin spero che ad essere sfigata sia solo la generazione incastonata tra chi ha visto l’allunaggio e chi non ha mai visto giocare Schillaci. Magari gli altri, quelli nuovi, dopo le nostre grida nel deserto, avranno un mondo meno schizofrenico in cui vivere.

Noi, col nostro sudore, non guadagniamo più il pane ma solo la gloria. E comunque duemila anni dopo, santo cielo, per avere un’epidurale cosa tocca fare.

Advertisements

Ecco perché eravamo Charlie

Forse dovremmo cogliere l’occasione per imparare qualcosa. C’era di sicuro un altro modo per dirlo, non riesco nemmeno a guardarla sta vignetta tanto è terribile, e non è questione di cinismo, indelicatezza o maleducazione, le tragedie non fanno ridere MA la satira è una roba amara, non è comicità, non deve far ridere e rassegniamoci: non è per tutti (in alcuni casi nemmeno per chi la fa).

Tutti ricordiamo le cazzate che abbiamo letto e/o scritto (dal karma alla magnitudo ritoccata). Quando lo diciamo tra di noi che facciamo cose ad minchiam va tutto bene, se ce lo dicono gli altri ci girano le palle. Com’è che si dice? I panni sporchi si lavano in casa? Purtroppo, PURTROPPO, la lasagna un po’ ci rappresenta. Anzi, poteva andare peggio. Le polpette sono quanto di più culinario somigli al nostro nascondere la polvere sotto al tappeto, all’inciucio, al mischietto, al rimpasto. Al palazzo del governo dell’Aquila. Possiamo considerare il fatto che i vignettisti di Charlie Hebdo non stessero perculando i nostri morti ma the Italian way?

Ciò non significa che quella vignetta non mi ferisca. Forse perché qualche strato di quella lasagna, qualche morto insomma, si poteva evitare. A Senigallia (casa mia) il terremoto del 1930 ha ucciso 14 persone e fatto crollare gli ultimi piani dei palazzi. Ultimi piani che non sono mai stati ricostruiti: i nostri bisnonni hanno avuto paura, hanno accettato di trovarsi in una zona sismica, sulla sabbia, e semplicemente si sono detti che se quei piani non avevano retto al sisma allora non dovevano esserci. E ci hanno messo il tetto. Conoscevano l’ingegneria del 1930.  Le case vennero tutte puntellate, quelle più vecchie oggi hanno in bella vista sulle pareti esterne, delle croci di ferro, rinforzi dell’epoca. Già nel 1909 un articolo del Corriere della Sera spiegava cosa fossero le costruzioni antisismiche, in seguito al terremoto di Messina.

E allora anziché stare qui a indignarci e a dimenticarci che eravamo Charlie perché delle persone erano morte violentemente (e poi perché difendiamo la libertà d’espressione – che non vuol dire essere d’accordo, ok -) come mai non ci domandiamo più spesso che cosa si vede, dalla Luna, dell’Italia? Domani Charlie potrebbe fare una vignetta che ci dice che non facciamo figli e che se li facciamo siamo vecchi e non abbiamo un lavoro per mantenerli. E con chi è che ci dobbiamo arrabbiare, con Charlie? Davvero?

Un’ultima cosa. Senigallia è a circa 120 km da Amatrice, abbiamo percepito distintamente le due scosse più forti, niente di più. La maggior parte dei miei contatti della zona ha risposto al Safety Check di Facebook con la conferma di stare bene, nonostante si potesse scegliere anche di rispondere di non essere nella zona colpita dal terremoto. Dev’esserci un virus che ci fa sentire protagonisti delle tragedie anche quando non lo siamo. Ecco perché eravamo Charlie Hebdo.

Breve spiegazione del perché guardiamo le partite dell’Italvolley anche di notte

Quando le Olimpiadi sono in Brasile per seguire le dirette bisogna fare una specie di viaggio nel tempo, cinque ore più tardi.

In Italia è l’una e mezza di notte e, almeno nel mio caso, si deve tenere basso il volume della tv, si possono agitare i pugni in aria ma non si può urlare, si incita la propria squadra alzandosi in piedi e schiacciando pallette immaginarie ad ogni azione. E allora perché non la guardiamo in differita, o non aspettiamo di leggere il risultato sul primo social domani mattina?

Perché in diretta, qualsiasi ora sia, abbiamo concretamente la sensazione di partecipare, di poter scrivere le azioni insieme alla squadra, anche a novemila km di distanza, anche a cinque ore di differenza.

Perché, che ci crediate o meno, la nostra sola presenza davanti allo schermo ci permette di fare morale a quei ragazzi.

Perché Chicco ha ereditato un gruppo così genuino che sembra di veder giocare i nostri compagni di classe di una volta. E ci viene da dire che, forse, una cena delle medie dovremmo organizzarla.

Perché la notte è l’arena dei sogni e noi, noi che facciamo questo piccolo viaggio nel tempo, abbiamo un sogno che non succede, ma se succede…

Aggiornamento ore 3.20: non abbiamo vinto, ok. Ma se li avessimo lasciati soli sarebbe andata peggio. E poi tutte le migliori sceneggiature hanno bisogno del death point, senza difficoltà e incidenti di percorso sai la noia.

Dove nascono i bambini

Dove nascono i bambini c’è profumo di pelle pulita che riesce a superare quello del purè da ospedale.

Ci sono uomini intimiditi dalla potenza della vita, increduli; uomini che hanno visto una placenta, hanno ascoltato il dolore, hanno trattenuto il respiro fino al primo vagito. Ci sono donne stanche ma vittoriose, che si fanno nutrimento per le nuove, piccole vite; donne che dopo la sala parto hanno la forza di dire pensavo peggio.

C’è senso di appartenenza, ma non di possesso. C’è ammirazione reciproca.

C’è quello che riconsegna all’infermiera il vassoio del pasto, quello che risponde al telefono e dice ce l’abbiamo fatta, quello che ha messo una camicia rosa, perché rosa è il fiocco da appendere.

Ci sono fiori, cioccolatini, vestaglie, pance tonde, guance che si sfiorano, sorrisi, lamenti acuti di piccoli polmoni che sperimentano il loro potere.

Si dicono parole belle: nonno, somiglia, madre, auguri, morbido, bagnetto, bella, papà, Anna, camomilla, notte, pappa.

Si respira la possibilità.

simba_rafiki

Si sentono le proteste di questi bimbi che hanno poche ore di vita e che chissà, fra molti giorni, chi di loro vincerà le Olimpiadi? Chi ballerà alla Scala? Chi inventerà il teletrasporto? Chi curerà l’infelicità? Chi canterà? Chi ci farà vincere i mondiali di calcio senza farci fare un girone da vergogna? Chi governerà in modo retto ed efficace?

Gli adulti si dimenticano di aver sperato tutto ciò per se stessi: quanti musicisti e quanti astronauti c’erano, tra di noi, quando avevamo pochi anni? Abbiamo ridimensionato questi sogni ma adesso, dove nascono i bambini, ci è permesso di regalarli a questi portatori sani di futuro, a questi batuffoli di carne che, a tre giorni dalla nascita, hanno davvero tutta la vita davanti. La delicatezza dell’essere umano mescolata alla potenza di tutto ciò che è possibile fa di loro i supereroi. La cosa più vicina all’onnipotenza che si possa vedere con gli occhi.

Fermi tutti, c’è Jeeg Robot

Jeeg

Attenzione. Nel post spiffero pezzi del film quindi non lo leggere se poi devi odiarmi.

***

Enzo Ceccotti corre per i vicoli di Roma, polizia su due ruote alle calcagna, ha rubato un Rolex. Svolta e corre ancora. 

Gira e corre ancora. 

Attraversa una manifestazione, finisce sul Tevere, scende le scale per arrivare al lungofiume, si nasconde su una chiatta.

Per nascondersi meglio si immerge nel Tevere. Aspetta.

I poliziotti rinunciano e se ne vanno. 

È arrivato il momento di uscire dal fiume, ci sono dei barili sotto di lui. Enzo poggia un piede su uno dei barili per darsi la spinta ma il barile si rompe, Enzo annaspa e finisce sotto, avvolto dall’acqua del fiume e da un liquido scuro che fuoriesce proprio dal barile rotto. 

Tutto tace. 

Le mani di Enzo, sporche di quel nero vischioso, si aggrappano alla piattaforma. Dall’acqua esce anche la testa, nera, viscida. Fa schifo. Enzo esce dal fiume, fradicio e provato. Tossisce e sputa un catarro tale e quale alla sostanza che lo ricopre. 

Prende l’autobus, va verso casa. 

Si lava, vomita nero, si stende, vomita nero, tossisce, vomita nero.  Prova a dormire, in preda a brividi di freddo, a tremore muscolare. 

Poi apre gli occhi, sta bene. Si veste, esce di casa. 

Bussa a una porta. 

Una ragazza apre appena. Lui domanda se c’è Sergio.

È la prima volta che sentiamo la fottutissima voce di Santamaria. Che saranno, quattro minuti dall’inizio? E io, nella poltrona del cinema, mi chiedevo cosa ca**** avessero combinato.

Una fuga vera, un ladruncolo di Rolex un po’ inchiattito, il fiatone, Roma. Una non meglio specificata sostanza tossica. Cara Regia, cara Sceneggiatura, cara Fotografia, caro Montaggio, cara Colonna Sonora, CHE COSA AVETE COMBINATO?

Avete fatto un film di un supereroe italiano che non sembra un film di un supereroe italiano. Perché minimo minimo per rispettare la tradizione di casa nostra doveva essere un supereroe con i poteri a tempo determinato, che alla fine del film li perdeva tutti, che sennò Verga non c’ha insegnato niente. Magari doveva morì Gig Robbò. Poi tanto, se proprio volevamo, per il 2 lo facevamo resuscità, come quelli di certe fiction che spariscono dai radar, si assentano per fare altre fiction, e poi tornano.

La lingua è bellissima. Sergio dice: “E fattela ‘na risata” e grazie Sergio, grazie per esserti fermato qui, perché quella storia del cipresso era divertente la prima volta che l’abbiamo sentita (mica come AldoGiovannieGiacomo a Sanremo). Nessuno dice mai pajata, e la mozzarella l’avete usata per tappare la bocca allo splendido Marinelli. Una mozzarella che si sporca un po’ col sangue che gli cola dal naso.

E il palloncino color vestito-da-principessa? Io sono emozionata, davvero.

Non è un film per mia madre, lo so, è un film per me. Per me e per tutti quelli che nella sala, mentre lo Zingaro faceva il suo murder show sulle note di Ti stingerò, sorridevano. E attenzione, non sorridevamo perché siamo pazzi, ma perché abbiamo riconosciuto una qualità di racconto che di solito dobbiamo cercare doppiata o sottotitolata.

Occorre che chi ha la forza, il coraggio, il talento e la fortuna di poter lavorare a questi prodotti si ricordi che noi non abbiamo gli stessi gusti delle nostre mamme, e per fortuna, che Edipo dopo un po’ è grottesco.

E io sta cosa la segno sul calendario: siamo riusciti a fare un film di genere senza prenderci per il culo da soli.

P.S.: Claudio, Santamaria, vuoi sposarmi?

Una cosa che devo dire ai miei amici omosessuali

Io sono cattolica.
Tutto ciò che faccio per potermi dichiarare tale, probabilmente, è andare alla messa ogni domenica. Oddio, ogni domenica ci provo, e di solito mi riesce. Ho degli amici e delle amiche che a volte adattano i nostri impegni in base al fatto che la domenica mattina voglio andare in chiesa.
Non bestemmio. Mai. E mi ferisce che a volte qualcuno vicino a me lo faccia.
È più o meno tutto. Per il resto faccio schifo.
Tratto male chi mi vuole bene.
Desidero cose futili tipo la cipria di MAC, la desidero tantissimo e forse, finito di scrivere questo post, andrò a comprarla.
Non credo che la virtù risieda nella verginità, o almeno lo spero, perché non sono sposata. Ma se volessi sposarmi domani con uno sconosciuto incontrato alla fermata della metro, solo perché mi va, potrei farlo.
Sono capace di dire cose razziste e sessiste, ma cerco di scegliere il contesto in cui dirle perché non le penso davvero, e voglio essere certa che chi mi ascolta lo sappia. Però le dico.
Sono presuntuosa.
Ci sono dei momenti, delle giornate, dei PERIODI INTERI in cui non riesco proprio a sopportare la gente che si lamenta della propria vita. Anche se a farlo sono le mie amiche di sempre, anche se hanno ragione a lamentarsi.
A volte ho paura delle persone, quelle di cui ci consigliano di avere paura. Tipo quelli grossi e tatuati incontrati in vicoli oscuri. Poi mi ricordo che io ho completamente perso la testa, una volta, per uno grosso e tatuato, ma a farmi del male è stato uno con i jeans e la maglietta, uno di quelli che passa inosservato.
Ubriacarsi, non pagare il parcheggio, mettersi le dita nel naso, attaccarsi alla bottiglia del succo di frutta di nascosto, masturbarsi, ferire appositamente chi ti ama, farsi prestare le tessere socio per avere prezzi vantaggiosi, chiedere all’amico di qualcuno se si può avere un certo favore, usare contraccettivi, rinunciare alla ricevuta fiscale per avere uno sconto immediato su qualcosa, superare i limiti di velocità, accompagnare un’amica a prendere la pillola del giorno dopo… Nella vita (e ho l’età di Gesù quando è morto, aiuto) io ho fatto almeno una volta tutte queste cose. Riconosco che alcune sono profondamente sbagliate, quella storia della ricevuta fiscale è inammissibile, cattolico o meno.
La verità, però, è che qui stiamo parlando d’altro.
E io vi chiedo scusa, amici. Vi chiedo scusa a nome di chi, pur andando alla messa tutte le domeniche, non sta tremando di gioia all’idea che i diritti di tutti gli esseri umani possano essere rispettati. Vi chiedo scusa da parte di chi non riesce a vedere quanto siamo uguali di fronte all’amore, che è la scelta più coraggiosa che si possa fare. Vi chiedo scusa perché l’unica cosa da dire è che dove c’è l’amore c’è Dio. Vi chiedo scusa perché quando la bibbia viene strumentalizzata e trasformata in un testo di legge, di scienza e di storia si perde tutto il senso di ciò che c’è scritto. Perché le parole più belle che ci sono lì dentro non sono quelle dei divieti, ma quelle delle possibilità. E io vi chiedo scusa, perché ancora stiamo qui a parlare di gay, lesbiche, etero, bisessuali, trans e non parliamo di persone. Vi chiedo scusa perché in parlamento ci sono ostruzionisti a cui noi cattolici abbiamo insegnato una forma malata di bigottismo dietro cui nascondersi.
Vi chiedo scusa perché penso queste cose da un sacco di tempo, ma non avevo scritto nulla prima, perché non mi andava di discutere con alcune persone che hanno fatto parte del mio percorso di crescita.
Vi chiedo scusa perché quella delle unioni civili non doveva essere una battaglia, ma solo una gigantesca figura di merda per non averci pensato prima.

Star Wars episodio 7, spoiler e Harry Potter

Attenzione. Il testo che segue contiene spoiler sul settimo episodio di Star Wars: chi è vivo, chi è morto, chi è figlio di chi, eccetera. Quindi se non siete ancora andati al cinema salvatevi questo link per un altro momento. Non voglio ferire i sentimenti di nessuno.

Ciao.

poster-620x350

Io voglio parlare di Han e di suo figlio Ben. Solo di loro. Non dirò nulla sulla scarsa credibilità del supercattivo che sembra un Voldemort brutto seduto su un trono di spade, no. Ma dirò che quando Han entra nel Falcon e dice a Chewby “Siamo a casa” noi abbiamo applaudito.

Han Solo

Star Wars è un misto di speranza nel futuro, malinconia del passato, complicati rapporti genitori-figli e boom boom boom. Esci dal cinema e sei felice che ce ne sia ancora, di Star Wars. E non è perché una spada laser a caso ti emoziona, ma perché sei affezionato ad un mondo creato appositamente per rischiare la distruzione ogni due per tre; perché tutti avremmo voluto avere un droide carino come BB8; perché nonostante il lato oscuro ogni volta tenti di annientarci noi continuiamo a combatterlo, non ci arrendiamo mai.

bb8

Parlando con l’Ale, la mia compagnuccia di cinema stellare, abbiamo deciso che quello che ci è piaciuto di più di questo settimo capitolo (a parte il pollice su di BB8 che ha vinto ogni cosa) sono le supposizioni che abbiamo fatto dopo la visione, perché forse le cose non sono quelle che sembrano. J.J. non può aver messo in scena soltanto un altro conflitto padre-figlio, un altro tradimento, un’altra morte che si rifà alla fine di Kenobi.

Qui cominciano le supposizioni, altrimenti conosciute come pippe mentali.

Dall’ultima volta che avevamo visto Han Solo sono successe cose come Harry Potter.

Severus_Snape_casting_the_Killing_Curse_on_Albus_Dumbledore

Per quanti romanzi (o film) abbiamo detestato Severus Piton? Piton ha ucciso Silente perché doveva farlo. Tutto il necessario, per un bene superiore. E dopo averlo detestato per migliaia di pagine ci è bastato pochissimo per innamorarcene alla follia: un paio di ricordi, la verità, la sofferenza nell’essere il più fedele di tutti. Un eroe sotto copertura.

Quando Kylo Ren si è tolto la maschera ho pensato che un attore più brutto non lo potevano scegliere. È probabile che la sua bruttezza sia al servizio della misdirection, dovevano essere sicuri che il figlio perduto di Han e Leia non ci sarebbe piaciuto e il primo passo è che sia brutto. Poi che sia cattivo. E alla fine che ammazzi il padre. Non c’è possibilità di empatia con uno così, eppure non è un cattivo convincente. Ma stiamo parlando di Star Wars e non dello spettacolo di Natale dell’oratorio quindi deve esserci dell’altro e ce lo racconteranno nella backstory (credo, spero).

Kylo-Ren-In-Star-Wars

Ben ha le lacrime agli occhi. Chiede aiuto al padre per fare la cosa giusta (e dice di non sapere se ha la forza di farla). È capace di uccidere il proprio padre ma poi fa quasi fatica a tenere testa a Rey (la cugina?), una tipetta in gamba, per carità, ma che non ha ricevuto mai nessun addestramento. E se la scrittura del personaggio di Ben si rifacesse al “modello Piton”? Se il suo passaggio al lato oscuro fosse l’unico modo per controllare da vicino quel Voldemort gigante assiso sul trono del Male? Se il saluto di Han a Leia prima di quest’ultimo viaggio fosse un addio consapevole (almeno da parte di Han)? 

Boh, così mi piace.

Ciao,

che la forza sia con voi.