l’elogio della leggerezza

ovvero

da me agli Oblivion, scomodando Calvino

1. Ero a Napoli. Come sempre lavoravo in trasferta, e come quasi mai quel giorno successero cose tanto incredibili che non riesco a ricordarle.

Ricordo però che il risultato fu il licenziamento. Rimasi licenziata per non più di tre ore, ma questo non lo avrei saputo che tre ore dopo, appunto.

Tornavo mestamente in albergo, da sola, senza sapere cosa avrei fatto l’indomani, senza il coraggio di chiamare qualcuno per condividere la brutta notizia.

Entrai in camera e decisi, in prima istanza, di consumare tutte le lacrime che avevo a disposizione per i mesi successivi (dev’essere per questo che poi, quando vidi “Le parole che non ti ho detto” non ne versai nemmeno una).

Terminate le lacrime feci una doccia perché ok sentirsi nel baratro, ma con le ascelle profumate è tutta un’altra cosa.

Mentre mi asciugavo i capelli col piccolo phon da viaggio che portavo sempre con me notai che, appeso al muro, c’era il phon dell’albergo. Lo sganciai dal supporto: con due phon i capelli si sarebbero asciugati prima! Ma quello che vidi allo specchio fu tanto strano da sembrare astratto. I due getti di aria calda si scontravano sui miei capelli, creando geometrie pelose e in costante movimento.

Quell’immagine mi fece ridere tanto, ma tanto, con leggerezza così sincera, che sembrava non avessi nemmeno una preoccupazione.

2. Italo Calvino, l’uomo che ha reso credibile un’intera vita passata con i piedi a mezz’aria, aveva preparato, poco prima di finire nella città invisibile per eccellenza, una serie di lezioni che avrebbe tenuto all’università di Harvard. Una di queste lezioni, la prima, è sulla leggerezza.

“Esiste una leggerezza della pensosità, così come tutti sappiamo che esiste una leggerezza della frivolezza; anzi, la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca”.

 

3. Metti una sera d’estate che esci con un’amica. Dovete andare in un posto che esiste da una marea di anni. Tipo che hanno messo la prima pietra cento anni prima di Cristo e l’ultima cento anni dopo. E poi, nei secoli successivi, quando servivano pietre per costruire altre cose le hanno prese da lì.

Prima fate l’aperitivo, che ci sta. Poi forse state facendo tardi e allora vi inerpicate verso il colle Guasco, in direzione dell’anfiteatro romano, percorrendo un dislivello di 50 metri (che sembrano 600) in venti secondi netti. Che io 50 metri in venti secondi non li faccio nemmeno in discesa. Umidità e zanzare come se fossero gratis, ma quella sera ne valeva la pena: OBLIVION.ZIP.

IMG_7800

Gli Oblivion sono cinque meravigliose creature di genialità e simpatia al di sopra della media, coordinati al punto tale da sembrare un ingranaggio, o i Power Rangers. Conoscono e rispettano musica, vita e letteratura al punto da poterle parodizzare in un clash di sottotesti pieno di quella leggerezza che tanto piaceva a Calvino, punto 2. Quella leggerezza che scolpisce, lima, e “toglie peso alla gravità”.

Abbiamo Beatrice, gps del buon Dante; il vangelo secondo Giovanardi; Cazzottissima, un meccanismo completamente umano che fa saltare i dischi meglio di un giradischi; Obliviatar, sinossi in versione musical del colossal di Cameron; un ufficio postale che si trasforma in quiz musicale; i Promessi Sposi in dieci minuti… e di più non dico perché vi auguro di avere modo di vederli dal vivo, ché sono uno spasso, con garbo, umiltà, educazione, ironia e talento da vendere.

Ma si capisce, sono cresciuti nel paese della cameriera secca dei signori Montagnè, o di Pietro Ammicca.

Insomma, gente per bene! Ne vedrete delle belle..

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