flashback emotivi – da 33 a 15 in 0,2 (A+R)

musicassetta

C’era neve a Torino ed era una giornata un po’ di merda, di moderata crisi, tra progetti da consegnare, cose da dire male e altre da maledire.

Stavo uscendo di casa e mi domandavo come mai fossi finita nelle scarpe…

 

Flashback n°1 – Un anno a caso della scuola media.

Sono in camera mia, con la faccia sulla radio, le dita esperte posizionate su REC e STOP.  Registro le mie canzoni preferite e maledico il dj quando ci parla su a metà. Alla fine pigio STOP, mando un po’ indietro e riascolto. Quando becco il punto giusto ci registro su qualche secondo di silenzio, per dividere le tracce.

Il primo che entra in camera e fa un rumore qualsiasi lo uccido.

Nella stessa cassetta ci sono Che coss’è l’amor, Solo per te, Spaccacuore, Always e, ancora inspiegabilmente, Welcome to Paradise*. Se un’altra canzone intera non c’entra sentirò di aver sprecato la mia vita.

La prima svolta sarà Napster, ma non potevo saperlo.

 

Dunque nevicava, dunque faceva freddo, dunque avevo in borsa un CD, un articolo che non acquistavo da anni. Non ho più un supporto per ascoltarlo, un CD, eppure l’ho comprato. Di lì a poco avrebbe indossato la dedica di chi l’aveva pensato, sudato e condiviso.

Era la prima volta che andavo alla presentazione di un disco.

 

Flashback n°2 – Ancona, 1997.

Sono piccola, anche se non so di esserlo, e sono in fibrillazione. Gli Articolo 31 stanno per arrivare al Palarossini. Di concerti loro ne hanno già fatti a decine, per me invece è la prima volta. Stringo tra le mani il biglietto, è costato trentamila lire. Ho capricciato per ottenere quel primo brandello di libertà. Sono con Lucia, la mia migliore amica, e suo zio. Sì, perché ok l’emancipazione, ma siamo comunque due bambine di quasi 15 anni e non possiamo ancora pensare di spostarci da sole di 30 chilometri. Per giunta per un concerto di due coi tatuaggi e che dicono parolacce. In tasca ho un altro tesoro: un secondo biglietto, per lo stesso concerto. L’ho vinto alla radio e non so che farci, perché nessun altro si è voluto aggregare: gli Articolo 31, Garbagnate, tamarri, chissenefrega, robe così.

C’è una ragazzina, a pochi metri da noi, che piange. Il pianto dei bambini, la disperazione pura. Io e Lucia siamo cresciute con la Stella della Senna, quindi ci avviciniamo

Tipa, permetti una parola? Perché piangi?

Non ho il biglietto e voglio entrare, sono venuta lo stesso perché non sai mai…

…io ce l’ho un biglietto in più

Il rubinetto si chiude, negli ultimi gorgoglii dello scarico lei tira fuori il proprio tesoro dalle tasche: cinquantamila del vecchio conio, stropicciate, come il fazzoletto che avrebbe avuto con sé se solo fosse stata già donna. Allunga verso me la banconota e mi dice che vorrebbe comprare il mio biglietto.

Oh, con cinquatamila mi ci compro la bandana, il portachiavi, il poster, i cuoricini luminosi, uno per me e uno per Lucia, la coca cola e c’avanza il resto.

Le dico che non voglio soldi, che quel biglietto l’ho vinto alla radio.

 

Quindi sono uscita di casa con l’ombrello del ministero della felicità, quello rosso con i pois bianchi, che la gente vedendolo non avrebbe più pensato alla pioggia ma a che bell’ombrello (marcondirondello), e allora sarebbe stata più felice.

Torino aiutava, con i portici che facevano da tetto fino alla stazione, fino alla Feltrinelli.

Lucia era l’amica del passato, questa volta aspettavo Antonietta. Nessuno zio a prendersi cura di noi, dovevo fare da sola, nell’ennesimo brandello d’emancipazione.

 

Flashback n°3 – Sanremo 2001.

Come ogni anno, in occasione del Festival, vorrei essere dell’età giusta per averli visti tutti, e invece sono poco più che maggiorenne.

Quest’anno Sanremo spacca: Matia Bazar, Paola Turci, Bluvertigo, Renga (non è per fa’ la sostenuta, ma coi Timoria era meglio). Ci sono pure i Sottotono, che risvegliano un ricordo terrificante…

 

Approcci anni ‘90

Il cugino di una mia amica – di cui non faccio il nome per rispettarne la privacy – anni prima mi aveva regalato una scatola a forma di cuore, piena di cioccolatini, corredando il dono con un biglietto intriso del suo deodorante (ommioddio) e scarabocchiate a matita le parole di una canzone:

so che può sembrarti strano ma cerco le parole per spiegarti che effetto fa sapere che se la giornata non è stata bella posso contare sulla mia coccinella.

Gli mollai cioccolatini e lettera e scappai in lacrime domandando al cielo “Dio, perché è così brutto?”

Questo, tra l’altro, è stato uno dei gesti più romantici che un uomo mi avrebbe dedicato nella vita, ma non potevo saperlo. Ben mi sta.

 

Ok, quindi guardo il Festival e sono ottimista perché immagino un futuro in cui Mauro Repetto tornerà dalla Francia e Neffa andrà a Sanremo (che vincere non è importante, ma entrare nello zeitgeist sì).

E poi scopro il silenzio.

I Sottotono portano Mezze Verità, un brano su cui si dice di tutto, in primis che San Remo in persona abbia chiesto che il testo venisse modificato per via di alcuni passaggi volgari (dicevano “figli di puttana”). I Sottotono non hanno cambiato le parole, semplicemente non le hanno dette. Il risultato, almeno per me, è stata un’intuizione: forse il silenzio è più efficace delle parolacce.

 

Camminavo come una dipendente qualsiasi del ministero della felicità, e pensavo che alla presentazione di un disco ci vai a 15 anni, non a trenblablà, ma tant’è…

Gli Articolo 31 avevano introdotto nel mio linguaggio la fierezza del pronunciare la rabbia degli altri ad alta voce. Col tempo le parolacce sono sbiadite, si sono unite ai silenzi, si è formata la mia di rabbia, che poi è maturata ed è diventata scoperta di me stessa, errori da commettere e sogni da inseguire.

L’hip hop degli anni ‘90 era giovane come noi e come noi è cambiato, è cresciuto.

Sono entrata nella stanza in cui sarebbe stato presentato il disco, mi sentivo un pesce fuor d’acqua, avrei voluto che ci fosse lo zio di Lucia, per autorizzarmi a sentirmi piccola e inadeguata anche pochi minuti prima dei 33 anni.

Sono giovani, i ragazzi e le ragazze che aspettano Dargen D’Amico, alcuni di loro non sanno che arriverà un momento in cui avranno ancora voglia di ballare, ma c’era davanti a loro un uomo che gli ha regalato il proprio metodo per quando ne sentiranno il bisogno: spostare i mobili contro il muro. Se mi trovavo alla Feltrinelli era proprio per quello: per accatastare i mobili contro la parete.

Lo hanno fatto i nostri genitori, lo stiamo facendo noi e lo faranno anche loro. Lo giuro.

 

*Vinicio Capossela, Articolo 31, Samuele Bersani, Bon Jovi e Green Day

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