Breve spiegazione del perché guardiamo le partite dell’Italvolley anche di notte

Quando le Olimpiadi sono in Brasile per seguire le dirette bisogna fare una specie di viaggio nel tempo, cinque ore più tardi.

In Italia è l’una e mezza di notte e, almeno nel mio caso, si deve tenere basso il volume della tv, si possono agitare i pugni in aria ma non si può urlare, si incita la propria squadra alzandosi in piedi e schiacciando pallette immaginarie ad ogni azione. E allora perché non la guardiamo in differita, o non aspettiamo di leggere il risultato sul primo social domani mattina?

Perché in diretta, qualsiasi ora sia, abbiamo concretamente la sensazione di partecipare, di poter scrivere le azioni insieme alla squadra, anche a novemila km di distanza, anche a cinque ore di differenza.

Perché, che ci crediate o meno, la nostra sola presenza davanti allo schermo ci permette di fare morale a quei ragazzi.

Perché Chicco ha ereditato un gruppo così genuino che sembra di veder giocare i nostri compagni di classe di una volta. E ci viene da dire che, forse, una cena delle medie dovremmo organizzarla.

Perché la notte è l’arena dei sogni e noi, noi che facciamo questo piccolo viaggio nel tempo, abbiamo un sogno che non succede, ma se succede…

Aggiornamento ore 3.20: non abbiamo vinto, ok. Ma se li avessimo lasciati soli sarebbe andata peggio. E poi tutte le migliori sceneggiature hanno bisogno del death point, senza difficoltà e incidenti di percorso sai la noia.

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Dove nascono i bambini

Dove nascono i bambini c’è profumo di pelle pulita che riesce a superare quello del purè da ospedale.

Ci sono uomini intimiditi dalla potenza della vita, increduli; uomini che hanno visto una placenta, hanno ascoltato il dolore, hanno trattenuto il respiro fino al primo vagito. Ci sono donne stanche ma vittoriose, che si fanno nutrimento per le nuove, piccole vite; donne che dopo la sala parto hanno la forza di dire pensavo peggio.

C’è senso di appartenenza, ma non di possesso. C’è ammirazione reciproca.

C’è quello che riconsegna all’infermiera il vassoio del pasto, quello che risponde al telefono e dice ce l’abbiamo fatta, quello che ha messo una camicia rosa, perché rosa è il fiocco da appendere.

Ci sono fiori, cioccolatini, vestaglie, pance tonde, guance che si sfiorano, sorrisi, lamenti acuti di piccoli polmoni che sperimentano il loro potere.

Si dicono parole belle: nonno, somiglia, madre, auguri, morbido, bagnetto, bella, papà, Anna, camomilla, notte, pappa.

Si respira la possibilità.

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Si sentono le proteste di questi bimbi che hanno poche ore di vita e che chissà, fra molti giorni, chi di loro vincerà le Olimpiadi? Chi ballerà alla Scala? Chi inventerà il teletrasporto? Chi curerà l’infelicità? Chi canterà? Chi ci farà vincere i mondiali di calcio senza farci fare un girone da vergogna? Chi governerà in modo retto ed efficace?

Gli adulti si dimenticano di aver sperato tutto ciò per se stessi: quanti musicisti e quanti astronauti c’erano, tra di noi, quando avevamo pochi anni? Abbiamo ridimensionato questi sogni ma adesso, dove nascono i bambini, ci è permesso di regalarli a questi portatori sani di futuro, a questi batuffoli di carne che, a tre giorni dalla nascita, hanno davvero tutta la vita davanti. La delicatezza dell’essere umano mescolata alla potenza di tutto ciò che è possibile fa di loro i supereroi. La cosa più vicina all’onnipotenza che si possa vedere con gli occhi.

quella volta che nel 2015 ho fatto una cosa anni ’70

Cioè quella volta che io e la mia Amica Xenia siamo salite su due autobus per andare in un posto che non conoscevamo, a casa di gente che non conoscevamo, per assistere al concerto che da quel momento in poi avrebbe cambiato la nostra idea di concerto.

25 giugno 2015

Il centro di Cumiana è esattamente come ti immagini il centro di Cumiana: silenzioso, pulito, con le api. Un tabaccaio, una pizzeria da asporto, l’asilo, la gelateria.

Io e Xenia imbocchiamo la strada che San GPS ci indica, venti minuti a piedi e arriveremo lì, dove forse qualcuno ci aspetta, dove probabilmente troveremo Jack lo squartatore, dove magari faremo amicizia. Non abbiamo la più pallida idea di cosa stiamo andando a fare ma conosciamo a memoria il motivo.

La strada sotto ai nostri passi diventa più ripida, superiamo un piccolo corso d’acqua, qualche auto ci passa accanto e noi le scandagliamo tutte, si sa mai vediamo un tizio con gli occhiali a specchio. San GSP ci abbandona e noi ricominciamo a fare come si faceva da piccoli: a caso. Un cartello dice di svoltare, di lasciare l’asfalto e prendere la terra. Ok. Ci incamminiamo per un sentiero che sembra l’inizio di un bosco.

Sicura che andiamo nel posto giusto?

No.

C’è bisogno di tutto questo bosco?

Non lo so.

Luca mi ha detto di chiamarlo se abbiamo bisogno.

Ancora no, proviamo da sole.

E se ci perdiamo?

Torniamo indietro e ricominciamo.

Dopotutto l’evento si chiama Dargen nel bosco.

Già.

Facciamo qualche passo in più, con la sensazione che se fosse notte incontreremmo un elfo, o un orco, o entrambi.

Chiamiamo Luca?

Non rompiamo subito le palle, giochiamoci il jolly quando non sapremo come fare a tornare a casa.

Ok.

Improvvisamente una voce amplificata riempie l’aria. Dice che la luce non filtra attraverso la mischia

Non mi è mai capitato di sentire con certezza di star percorrendo la strada giusta e chissà se mai mi capiterà di nuovo.

Il passo accelera: discesa salita discesa casa stop.

Non c’è bisogno di guardare Xenia per sentire che è ancora vicino a me. Sospiro.

Un tipo ci guarda e si avvicina. Dovrebbe avere l’aria da chi michia so ‘ste due e invece fa ciao con la mano e chiede:

Xenia? Ciao sono Paolo.

Sorride, Paolo, sembra davvero felice di vederci e non ha nemmeno un po’ l’aria di Jack lo squartatore. Ci accompagna a vedere la Cascina, ci indica il bagno, ci presenta i gattini.

Xenia mi tiene come si tengono i palloncini pieni di elio, io non faccio una piega anche se vorrei saltellare e agitare i pugni in aria e dire yuppidù e abbracciare chiunque mi capiti sotto tiro.

boom baby

Cascina Petre comincia a riempirsi, Petra scodinzola tra gli ospiti, la cena è servita, Luca e Paolo ci presentano tutti, stringiamo mani e aspettiamo. Intorno c’è sempre un bosco che non conosciamo, una casa che non abbiamo mai frequentato, volti che non avremmo mai immaginato di incrociare, eppure tutto sembra diventare naturale.

Ecco Dargen, io e Xenia ci nascondiamo dietro a qualcuno, si battono le mani, siamo timidi: sappiamo, tutti, che questa roba di un cantante vero che viene a casa a fare un concerto vero la racconterai per sempre. Quella sera una quarantina di persone si sono assicurate una storia da raccontare ai nipoti.

Da lì in poi le immagini si fanno confuse:

miao

bau

vabbè se non la sapete cambio

microfono sugli incisivi

tutti uguali

amo Milano

come l’Italia e San Marino

essere non è da me

infartini di gioia

insalata di riso

cucina

famiglia

temperino

dignità

peperoncino

cospargere con l’olio

faccio l’amore a modo mio la sanno tutti

Bud Spencer

quanto ci vuole ancora per finire quella tenda mongola?

vino

ancora voglia di ballare

bachata

Jon Snow

lucciole

bosco

chi l’ha visto

Giorgio

sedie in cerchio

silenzio

parole

nichelino

gatto nel motore

stelle

abbracci

grazie

no, grazie a te.

Questo è il video della serata. Grazie a tante belle persone, a quell’accoglienza che fa sperare in un mondo migliore, a Guestar, e a me e Xenia, che abbiamo fatto una cosa anni ’70 anche se gli anni ’70 non li abbiamo visti.